Negozi: tassa a chi è senza parcheggi

La maggioranza della Cdl definisce gli ultimi particolari dei nuovi regolamenti sul commercio
Dressi propone: indennizzo ai Comuni per essere esentati dal prevedere i posti auto

TRIESTE – Presto i commercianti friulani e giuliani che apriranno nuovi negozi in aree dove non è possibile realizzare parcheggi, potrebbero pagare una tassa (per finanziare un fondo pubblico-privato per la realizzazione di parking) ed essere cosí esentati dal prevedere il posto macchina obbligatorio secondo le nuove normative. È l’impegno che l’assessore regionale al commercio, Sergio Dressi, si è assunto, d’intesa con la maggioranza della Cdl, in risposta a una sollecitazione dell’Ascom. In Friuli-Venezia Giulia, dunque, con una modifica di natura urbanistica, si potrebbe realizzare la condizione per i comuni di “monetizzare”, anche in toto, le prescrizioni per i parcheggi o il verde pubblico. Ovvero, l’esercizio apre, o si amplia, senza i prescritti posti-macchina, ma pagando al comune un indennizzo (vincolato alla realizzazione di parcheggi). Di qui l’impegno della Cdl a rivedere in questo senso la legge 52 in materia di urbanistica. Dunque, con qualche promessa di contorno (tra cui quelle, importanti, di semplificare le procedure amministrative per gli esercizi sino a 800 mq e di sostituire con un versamento al Comune l’obbligo di fornire posti macchina)e qualche impegno extra-materia, il regolamento per la media e grande distribuzione è andato a posto. Malgrado la spinte contrapposte della grande distribuzione e dei piccoli esercizi, malgrado le scadenze elettorali immediate o un po’ più distanti, l’ultimo e decisivo tassello della legge di riforma del Commercio sembra aver trovato un equilibrio che mette d’accordo politici, categorie e consumatori. La riunione di maggioranza che si è tenuta mercoledì ha verificato la coesione della Cdl, e il prossimo 15 maggio la bozza definitiva sarà all’esame dei commercianti. Ma il placet appare scontato, visto che i numerosi contatti formali e informali hanno consentito di accogliere alcune delle rivendicazioni più importanti, di limare qualche dettaglio, mentre per altre cose c’è l’impegno di una revisione, entro l’anno della stessa legge 8. Due sono i ritocchi di un certo rilievo. Il primo riguarda la soppressione del moltiplicatore di 1,3 per le zone sature, che avrebbe consentito nuove aperture sino ad un incremento massimo del 30%. D’accordo con le associazioni lo si è mantenuto soltanto per gli ampliamenti. Accolta anche la richiesta di una “regia” regionale per i grandi esercizi di vendita, ovvero quelli con oltre 15 mila metri quadrati di superficie coperta (Cittàfiera, per fare un esempio, ne ha 20 mila). Rimarrà invece fermo a 400 mq (20 metri per venti, come molti supermarket urbani) il limite per la sburocratizzazione aperture, trasferimenti e ampliamenti. Da parte della maggioranza c’è però la promessa di portarlo a 800 mq entro fine legislatura. Niente da fare in merito all’obbligo di una certa anzianità d’esercizio per gli accorpamenti. I commercianti avrebbero voluto un vincolo di cinque anni, o almeno tre, per rallentare i processi di aggregazione, ma una norma del genere confliggerebbe con le direttive Ue in materia di libera concorrenza. Si è però deciso di modificare il testo in modo da non consentire l’utilizzo di esercizi inattivi (in questi anni, stante anche la lentezza dei Comuni nel revocare le licenze, c’é stata una vivace compravendita di “anime morte”). Definito concordemente inutile il divieto di trasferimento al di fuori del territorio comunale degli eserciti di vicinato (che possono essere comunque aperti liberamente), impossibile la surroga da parte della Regione dei confronti dei Comuni che non approvino i criteri di programmazione della legge 8/99 (gli Enti locali sono sovrani), accolta invece la “raccomandazione” di valorizzare il commercio nei centri storici.

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